Mag 24 2008
Gomorra
Ringrazio qui pubblicamente il mio Giovy per avermi portata al cinema a vedere Gomorra di Matteo Garrone, riportandomi così in quel mondo dove vivono tutti ma dal quale sono alienata a causa dell’imminente esame di stato. Lo ringrazio perché il film mi è piaciuto moltissimo e non pensavo che sarebbe stato così. Sono tra i pochi che non hanno letto il libro di Saviano (probabilmente rimedierò presto), ma penso che tutti dovrebbero vedere questo film. Un film che non è, come pensavo, un susseguirsi di violenza cruenta. La cruenza qui è più sottile.
Garrone gira con compostezza, lasciando ai suoni, agli intensi primi piani (indimenticabile il piccolo Totò) e all’ambiente una grossa componente della narrazione. Come pure all’atmosfera. Non c’è sole in questa Napoli, la luce è malata, cupa. Lo sporco e il sordido si intrecciano indissolubilmente, l’enorme caseggiato su più piani, fatto di scale asfittiche, puntellato da sentinelle, polveroso come un enorme formicaio, è popolato da vite umane miserabilissime. Il fruscio quasi crepitante dei soldi accompagna ragazzini, spacciatori, criminali di ogni genere, e alimenta la miseria più nera. Una grettitudine incosciente, un teatro senza vie di fuga dove i proiettili finiscono nel mucchio con indifferenza.
Un film che ti resta dentro, scomodo, crudo. Ci ripensi la notte e ti chiedi come diavolo è possibile che nessuno possa fare niente. Ti senti minacciato dal meccanismo della camorra (o del "sistema" come lo chiamano adesso) nella sua onnipotenza. Dalle vite abbattute come birilli insignificanti. Dalla povertà che corrode tutto, mentre i vestiti dell’alta moda prendono la strada del lusso più sfrenato, dopo essere stati partoriti da poveri sarti senza scampo.
